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Leonardo un genio osannato o dimenticato? Chi ha dato lustro il Rinascimento non gode di vasta fama a Pavia, Vigevano e persino a … Vinci

Chi è un genio? È una persona di straordinaria intelligenza, uno che giganteggia sopra la mediocrità della gente che gli sta intorno. Non si tratta solo di cultura, che chiunque – nei suoi limiti – può acquisire col tempo, lo studio, le esperienze: si tratta di quella scintilla in più d’intelligenza che pochi hanno, e che non tutti quelli che possiedono riescono a sfruttare.

Tra coloro che possedettero quella scintilla e riuscirono a farla attecchire nella mente, sta Leonardo da Vinci. Non fu semplicemente un genio: fu il Genio, in modo assoluto. Secondo molti, fu l’uomo più straordinario mai vissuto. Questo spirito inquieto fu pittore, scultore, architetto, matematico, ingegnere, astronomo, fisico, naturalista, chimico, musicista: i suoi interessi – in un’epoca che vedeva l’invenzione della stampa, la scoperta del Nuovo Mondo, la «rinascita» delle arti, «l’uomo al centro dell’Universo» – spaziarono quasi in ogni direzione, come un vero uomo del Rinascimento. Non voleva solo rappresentare il mondo, bensì comprenderne i fenomeni, sperimentandoli e interpretandoli con l’ausilio di una grande capacità analitica e di conoscenze geometriche e matematiche ben fondate. Ma possiamo dire di più, con Cesare Luporini (La mente di Leonardo, 1953): «I problemi che egli investiva e attorno a cui si affaticò – la natura, la scienza e il suo metodo, l’esperimento, la macchina, il lavoro, l’utilità a pro’ di tutti gli uomini, il carattere conoscitivo e realistico dell’arte, il rapporto tra arte e scienza – rispetto al suo tempo sono problemi carichi di avvenire, e fra quelli che saranno poi decisivi nella formazione del mondo moderno».

Il «mito» di Leonardo iniziò ad essere costruito nel 1939 e proseguì, a volte per forza d’inerzia, a volte in perfetta buona fede, fino ad oggi: lo si è persino dipinto come un misterioso depositario di grandi segreti cosmici, dotato di tutte le stigmate del mago rinascimentale, o come il precursore di tutti i futuri progressi dell’ottica, della meccanica e dell’anatomia, o come il creatore di macchine sconvolgenti per la loro straordinaria anticipazione di tecnologie assai avanzate.

A onor del vero, non si può dire che tutte le macchine e le invenzioni di Leonardo fossero il prodotto del suo genio originale e fecondo: nella seconda metà del Quattrocento esperti ingegneri come il Taccola, Buonaccorso Ghiberti e Francesco di Giorgio Martini avevano redatto trattati militari, «zibaldoni» di conoscenze tecniche e meccaniche, accompagnandoli con illustrazioni spesso rozze ma efficaci, e Leonardo li aveva copiati e studiati come dimostrano certi suoi appunti e memorie; parimenti, aveva seguito avidamente i progressi fatti nella fisica da Giovanni Buridano e da Alberto di Sassonia nel Trecento. I suoi disegni tecnologici dipendono spesso dalla lettura di libri e manoscritti altrui e, in particolare, dall’osservazione dell’attività che si svolgeva nelle botteghe o dallo scambio di idee con studiosi e tecnici del suo tempo. Ciò non toglie che la sua opera di meccanico ed ingegnere sia stata, per vastità ed esperienza, davvero unica e, talvolta, precorritrice: ma non possiamo certo considerarla un frutto solitariamente maturato nel deserto.

Già da giovanissimo, Leonardo espresse il suo genio. Nacque il 15 aprile 1452, un sabato, alle ore 22.30 (come annotò diligentemente il nonno Antonio); era il figlio illegittimo di ser Piero, notaio ed appartenente a una ricca famiglia di proprietari terrieri del contado di Empoli, e di Caterina, una contadina che poco più tardi sposerà tale «Achattabriga di Piero del Vacca da Vinci» e che cedette il figlio a Piero e alla moglie. Cresciuto a Vinci, un villaggio a sessanta miglia da Firenze, Leonardo non aveva che diciannove anni quando si presentò a Firenze alla bottega di Andrea del Verrocchio mostrandogli alcuni suoi disegni. Il Verrocchio era uno dei migliori artisti dell’epoca, e vide subito in quel giovane l’impronta del grande artista: «Bravo giovanotto!» gli disse, posandogli una mano sulla spalla. «Da domani potrai frequentare la mia bottega» (col termine «bottega» si intendeva una scuola, in questo caso di pittura). Fu così che, nel 1469, Leonardo si stabilì a Firenze per dedicarsi all’arte: nello stesso anno è datata quella che la critica contemporanea accetta come la sua prima opera completa, la Madonna della melagrana (Madonna Dreyfus) – il Vasari racconta però che il primo dipinto di Leonardo fu un angelo nella parte sinistra del Battesimo del suo maestro. Per cinque anni frequentò la bottega del Verrocchio, ma senza dedicarsi esclusivamente alla pittura: per proprio conto studiò matematica, anatomia, meccanica, idraulica, architettura, astronomia; a ventiquattro anni, aveva già in mente molti geniali progetti.

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Si è sempre detto molto su Leonardo pittore, ed a ragione, perché i suoi dipinti sono eccezionali, anche se molto spesso andarono perduti o rimasero incompiuti. Leonardo scienziato, invece, è una scoperta ottocentesca. Ma a tutto torto: in questo saggio, senza togliere nulla al valore dell’arte leonardesca, ci soffermeremo dunque a parlare solo per sommi capi e in modo comunque incompleto (un semplice elenco di tutte le sue invenzioni occuperebbe troppe pagine) della sua opera tecnica e scientifica.

Leonardo era, innanzitutto, un acuto osservatore: allo scopo di studiare minuziosamente il corpo umano, fu il primo a studiare l’anatomia direttamente sui cadaveri. Ci ha lasciato descrizioni precise sul funzionamento del cuore, sulla struttura della colonna vertebrale e sul movimento dei muscoli. Si occupò anche del mondo vegetale: notò per primo la disposizione regolare delle foglie sui rami, osservò la circolazione della linfa, tentò la coltivazione in acqua di alcuni tipi di piante e scoprì che il numero degli anelli nel tronco corrisponde all’età dell’albero. Si rivolse anche allo studio dell’ottica, ossia di quella scienza che tratta dei fenomeni della luce, e giunse a comprendere per primo la ragione per cui la luce proietta le immagini capovolte nella cosiddetta «camera oscura».

Quest’uomo che non sapeva far di conto era entusiasta della matematica, come la forma più pura di ragionamento, espresse uno dei principi fondamentali della scienza (cioè che non vi può esser certezza laddove non si possono applicare né le scienze matematiche, né le scienze che su queste si fondano) e si rifiutò categoricamente di lasciar correggere i suoi lavori a chiunque non fosse un matematico. Per lui la meccanica era il paradiso delle scienze matematiche, perché per mezzo suo si raggiungevano gli stessi fini della matematica nelle applicazioni pratiche. Ma non era affatto un materialista.

Era affascinato dall’astronomia: precedette l’astronomo Copernico nell’affermazione del principio eliocentrico secondo il quale la nostra Terra fa parte di un sistema astronomico che ha per centro il sole, e lo fece in un’epoca in cui tutti erano convinti che la Terra fosse immobile al centro dell’Universo. Aveva il progetto di fare degli occhiali coi quali si potesse vedere la Luna da vicino, ma probabilmente non ne fece nulla.

Non trascurò neppure gli studi musicali: costruì con la massima precisione liuti, lire e viole, e si preoccupò di perfezionare gli strumenti musicali allora esistenti. Studiò la trasmissione dei suoni e ne identificò il mezzo nelle onde d’aria; aveva anche un’idea sua particolare sul telefono. Fu persino compositore, e suonava mirabilmente la cetra.

Era, invece, il meno dedito alle scienze occulte di tutti i pensatori del suo tempo: si rifiutava di credere all’alchimia e all’astrologia e sperava che sarebbe venuto il giorno in cui tutti gli astrologi sarebbero stati castrati.

Non si occupò mai di politica né di amministrazione.

Fisicamente, Leonardo appariva con un volto aperto e benigno, gli occhi scrutatori, i lunghi capelli sparsi e una gran barba bianca, accuratamente profumata e ondulata. Era vegetariano, amava gli abiti lussuosi, era noto per la sua forza (piegava un ferro di cavallo con le mani); era anche un esperto schermidore, abile nel cavalcare e nel guidare i cavalli, che amava come i più nobili e belli degli animali. Era di una gentilezza estrema con gli amici, protestava contro l’abitudine di uccidere gli animali, non volendo che nessuno facesse del male ad esseri viventi, e comperava perfino gli uccelli in gabbia per rimetterli in libertà; eppure rimaneva insensibile di fronte alle sofferenze degli esseri umani. Era terribilmente conscio di quello che valeva ed era vanitoso. «Se tu sarai solo, tu sarai tutto tuo» scriveva, e sosteneva che uno si appartiene solamente quando è solo e che in compagnia ci si dimezza e ci si spreca secondo l’indiscrezione del compagno; nelle compagnie numerose sapeva eccellere come musicista o come parlatore, ma preferiva isolarsi, profondamente immerso nei suoi pensieri. Era solito affermare che la libertà è il più gran dono della natura, ma non aveva mai sofferto la fame.

Visse in tanti paesi e città: lavorò a Milano, Vigevano e Pavia, facendo ovunque meraviglie. Eppure, tra i tanti viaggi che fa la gente di oggi c’è poco spazio “del genio dei geni”, almeno così pare.

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