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Bruxelles “dice no” alle pratiche commerciali sleali

I piccoli operatori della filiera alimentare, compresi gli agricoltori, sono vulnerabili di fronte alle pratiche commerciali sleali applicate dai partner nella filiera: spesso non dispongono di potere contrattuale, né di alternative per far arrivare i loro prodotti ai consumatori. E’ quanto sostiene la Commissione europea che ha proposto di vietare le pratiche commerciali sleali più dannose nella filiera per garantire un trattamento più equo alle piccole e medie imprese agroalimentari.

In particolare, tali pratiche sleali comprendono i pagamenti tardivi per i prodotti alimentari deperibili, la cancellazione degli ordini all’ultimo minuto, le modifiche unilaterali o retroattive ai contratti e l’obbligo imposto al fornitore di pagare per gli sprechi. Altre pratiche, poi, potrebbero essere autorizzate solo se soggette all’accordo iniziale tra le parti, chiaro e privo di ambiguità, quali: l’acquirente restituisce a un fornitore i prodotti alimentari invenduti; l’acquirente impone al fornitore un pagamento per garantire o mantenere un accordo di fornitura; il fornitore è tenuto a sostenere i costi legati alla promozione o al marketing dei prodotti alimentari venduti dall’acquirente.

“Qualsiasi catena è forte solo quanto il suo anello più debole: per essere equa una filiera alimentare deve essere efficiente ed efficace – ha spiegato il commissario per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale, Phil Hogan che ha illustrato il provvedimento nel corso di una Comagri straordinaria in Parlamento – La proposta intende garantire l’equità, dando voce a coloro che non ne hanno, a coloro che senza averne colpa si trovano a subire una posizione negoziale più debole. L’iniziativa odierna volta a vietare le pratiche commerciali sleali mira a rafforzare la posizione dei produttori e delle Pmi nella filiera alimentare. L’iniziativa intende inoltre garantire una solida ed efficace applicazione delle norme. Intendiamo eliminare il fattore paura dalla filiera alimentare grazie a una procedura di denuncia riservata”.

La Direttiva è composta da 14 articoli e impone agli Stati membri di designare un’autorità pubblica responsabile di garantire l’effettivo rispetto delle norme: in caso di violazioni, l’organo responsabile sarà competente per imporre sanzioni proporzionate e dissuasive. Tale autorità avrà la facoltà di avviare indagini di propria iniziativa o a seguito di una denuncia. In tal caso, le parti che presentano la denuncia sono autorizzate a richiedere la riservatezza e l’anonimato al fine di proteggere la loro posizione nei confronti del partner commerciale.

“E’ un’iniziativa necessaria per frenare comportamenti da Far West, che producono inefficienza e sprechi alimentari danneggiando tanto i produttori che i consumatori – ha commentato Paolo De Castro, primo vicepresidente della Commissione agricoltura, che è stato relatore sulla direttiva per l’Europarlamento – Il progetto di direttiva illustrata da Hogan è un’opportunità per continuare il lavoro fatto con il regolamento Omnibus e migliorare la competitività delle parti più deboli della filiera agroalimentare. Dopo che venti Paesi hanno già legiferato in materia, servono regole comuni contro comportamenti scorretti come, per esempio, pagamenti ritardati o cancellazioni di ordini last minute per i prodotti deperibili”.
“Così – ha osservato De Castro – avremo gli strumenti anche per iniziare a scardinare inefficienze che contribuiscono a fenomeni misteriosi, come la moltiplicazione dei prezzi di frutta e verdura dal campo alla tavola”.

“E’ una questione fondamentale, che ha generato squilibri nella ripartizione del valore all’interno delle filiere (solo il 21% resta nelle tasche degli agricoltori) e creato enormi difficoltà ai produttori italiani, con margini di ricavo largamente al di sotto del dato medio Ue, penalizzati dall’assenza di norme certe e senza garanzie per il rispetto dei contratti di vendita dei prodotti”, ha fatto sapere la Cia-Agricoltori Italiani.
Per questi motivi, Cia ha accolto positivamente il provvedimento elaborato dall’Ue in materia. “Si tratta di una Direttiva comunitaria e non di un Regolamento, che sarebbe stato di difficilissima applicazione e che pone basi uniche in Europa per porre un freno alle odiose pratiche commerciali sleali – ha sottolineato l’organizzazione – Questa norma rappresenta un significativo passo in avanti rispetto alla situazione esistente: infatti, fissa dei paletti per l’acquirente e regole minime da rispettare in seno agli accordi sottoscritti con la parte agricola”.
Entro il 15 marzo di ogni anno, gli Stati membri dovranno inviare un report alla Commissione che aggiorni sull’applicazione delle norme. “L’Italia – ha aggiunto Cia – avrà tempo al massimo due anni per rivedere la normativa nazionale alla luce della Direttiva europea. Questo nuovo scenario porterà a una revisione sostanziale della legge nazionale n. 62/2012 che, purtroppo, ha prodotto scarsi risultati”.

Lo stop al “bullismo” dei poteri forti dell’industria e della distribuzione sui contratti e sui prezzi riconosciuti alle aziende agricole riconosce l’esistenza di uno squilibrio commerciale che favorisce le speculazioni lungo la filiera. E’ questa la posizione della Coldiretti rispetto alla direttiva Ue presentata ieri.
“L’Ue riconosce gli agricoltori come vittime di prepotenze contrattuali e con le nuove disposizioni invita le autorità nazionali a imporre sanzioni in caso di violazioni spesso non denunciate per la paura di compromettere un rapporto commerciale esistente con la parte più forte – ha rilevato Coldiretti – Il risultato è che per ogni euro speso dai consumatori per l’acquisto di alimenti meno di 15 centesimi in Italia vanno a remunerare il prodotto agricolo, mentre il resto viene diviso tra l’industria di trasformazione e la distribuzione commerciale”.
“In Italia per pagare un caffè al bar gli agricoltori dovrebbero mettere sul bancone 5 chili di grano o 4 chili di risone o 1,5 chili di mele o una dozzina di uova – ha affermato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo – Un’ingiustizia da sanare rendendo più equa e giusta la catena di distribuzione degli alimenti che vede oggi sottopagati i prodotti agricoli spesso al di sotto dei costi di produzione senza alcun beneficio per i consumatori”.

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