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Se l’Italia se la spassa male la colpa è di chi non fa il proprio dovere

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria ha perfettamente ragione: il disastro italiano, ovvero il clamoroso debito pubblico accumulato, il giudizio saldamente negativo delle agenzie di rating (con un BBB non si balla), e la scarsa propensione della gente che abita il Belpaese a credere in qualcosa di diverso dal se stesso, è mera colpa di chi non fa il proprio dovere, forse da decenni.

Come dargli torto? L’Italia oltre che essere uno Stato europeo di 60 milioni di abitanti (4 volte i Paesi Bassi, 10 volte la Danimarca) è il secondo Paese manifatturiero del Vecchio Continente, pullula di fabbrichette fino all’inverosimile ed ha risparmi individuali importanti. Lasciamo perdere il discorso delle proprietà abitative, sulle quale gravano mutui giganteschi e aste giudiziarie esponenziali (essere proprietari di casa talvolta è più un debito che un patrimonio), ma la lista dei beni individuali, liquidi e immobili, è da primissimi posti al Mondo; così come è da primissimi posti al mondo la forza dell’export della meccanica e dell’agroalimentare, dell’attrazione turistica, della moda, del design, dell’architettura e dei progetti ingegneristici. Pur con tanti anacronismi e complesse questioni di ritardi nello sviluppo di vaste aree del Sud, l’Italia è una delle otto grandi potenze industriali dell’Occidente e naviga tra i primi 12 Paesi al Mondo in fatto di sviluppo, disponibilità e valore aggiunto. Sicuramente, in classifica superiamo e di molto Cina e India e siamo sostanzialmente diversi, in meglio su tanti parametri, da Svezia, Norvegia e Finlandia, nazioni citate alla grande su primati, molti dei quali lasciano a desiderare, come la qualità della vita (non così rosea nei pressi del Circolo Polare Artico). Nemmeno, l’Italia è paragonabile a Spagna, Portogallo, Grecia, Croazia, Slovenia, Malta, Cipro che, Mediterraneo a parte, hanno “sapori e sapienze” diverse, sicuramente distanti per finanza, economia a cultura.

Eppure, come esaltano le dinamiche macroeconomiche, le stesse su cui Tria prepara la controffensiva (dice lui medesimo) d’autunno, l’Italia se la spassa male. Paga sontuosi interessi a chi presta soldi al Tesoro perché questi abbia la possibilità di sostenere il debito (senza che questo cali, anzi), rischia penali per ogni motivo, dalla Giustizia al Lavoro, non ha stabilità di direzione politica e in politica estera sposa cause (Libia, Iran, Somalia, Mozambico) perdenti nel panorama internazionale, non ha voce in capitolo in Ue nonostante abbia tre persone in ruoli chiave (Draghi, Mogherini e Tajani)… non è affidabile dal punto di vista degli impegni e specula sui propri drammi (terremoti, alluvioni, crolli).

E dopo l’outlook negativo di Fitch, Tria se la prende con chi diffonde notizie controproducenti, giornali e media in genere, che fanno, secondo lui medesimo, il male del Paese. Tria afferma chiaramente, senza andare troppo per il sottile, che quello che si rappresenta in modo non consono finisce col guastare il giudizio internazionale. Come dire, la colpa delle cose è di chi non fa il proprio dovere! Minchia, oh.

Nel 1917, anno funereo per centinaia di migliaia di combattenti (contadini, mezzadri, operai, piccoli artigiani) e per milioni di travagliate famiglie da Linosa al Lago Maggiore, affamate e disagiate come mai dai tempi dei Borbone e dei Grigioni, il generale supremo, Luigi Cadorna (“maggiorino” di Pallanza) di fronte alla disfatta di Caporetto incolpò i “suoi” soldati di “mancato dovere”, di fatto punendoli per codardia (tanti passati per le armi).

Oggi, 2018, arriva Tria e getta la colpa sui media, quasi a giustificare una “quinta colonna” che toglie con un solo colpo di spugna tutti i difetti a chi guida e butta nella geenna chi critica con sagacia, meditata attenzione e sufficiente allerta, comportamenti davvero fantozziani di titolari di dicasteri, sbalorditi funzionari e impreparati politici che ora e prima calcano la scena di un Paese che, senza tanta insipienza, saprebbe volare ben più alto.

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