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Pavia e il Ponte della Beffa

Ponte della Becca, ampiamente citato ogni volta che si parla di acqua, di livelli, di piogge o siccità; Ponte della Becca, vetusto e malandato; Ponte della Becca, idrovora di soldi finiti in gestione a politici, tecnici e imprenditori “addestrati”; Ponte della Becca, che si rifà o che entra in rifa, in scommessa… Dire che quello era il tratto tra Po e Ticino in cui andava fatto la prima volta, è quasi affermare una bestemmia: uno più a valle o due più a monte avrebbero evitato un sacco di problemi strutturali e viabilistici. Affermare oggi che ne serve uno nuovo per ragioni di traffico o più semplicemente di collegamento, è qualcosa di eccessivo. Con una tangenziale Est di Pavia ampiamente sottodimensionata e la ex statale Bronese in condizioni limitate, pensare che i volumi di traffico (compreso quello pesante) sopportabili sulla direttrice Milano-Oltrepo Pavese lungo la linea della confluenza, giustifichino un nuovo ponte dal costo stimato in 100 milioni, è ignorare i fondamenti dell’ingegneria dei Trasporti. Eppure, oltre al Comitato (che rivendica le proprie ragioni e che ha diritto di farlo), una marea di politici e presunti tali ha “sposato” quella causa, pur sapendo le enormi difficoltà di Provincia, Regione e Paese. Questo matrimonio è avvenuto per mere cause elettorali, per il consenso a tutto tondo, che parte dalla Becca, ma che finisce ben al di là della sua storia vecchia e nuova. E dai alle promesse, agli intendimenti, alle mozioni e interrogazioni consiliari e parlamentari: se i soldi non ci sono deriva quanto meno il rinvio di ogni cosa, dallo studio di fattibilità al progetto e via dicendo. Già, perché giunti a questo punto nessuno ha il coraggio di dire “non si può fare”, “ghe mia ad danè”; figuriamoci adesso con elezioni Europee e Comunali alle porte. Tutti diranno “ghe pensi mi”, alla milanese, sperando almeno in un risotto riscaldato che non scontenti nessuno.

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